Lo stagno delle gambusie

Lo stagno delle Gambusie
Pubblicazione: dicembre 2009

La Repubblica delle donne: 

Parmio, personaggio nato da una penna vibrante e delicata, dedica ogni sforzo a una trottola di legno colorata…

Film Tvuna delicata miniatura in bilico tra il quotidiano e il surreale, la routine e l’alienazione, il giubilo e l’ossessione  

Lankelot.eu: All’individuo sciocco la vita sembra in mano al caso, ma in realtà è precisa come un orologio e attendibile come un grosso oracolo.

Il Mattino di Padova: quello che interessa ad Unterholzner sembra essere il meccanismo, la capacità cioè di costruire mondi a partire da segni per poi fissarli in modo che dia

Recensione su D di repubblica del 12/12/2009 di Carlotta Vissani

E’ riportata qui nell’immagine a destra.

Recensione su “Cinema da denuncia” del 04/12/2009 vai

L’irreprensibile informatico Geremia ha una doppia vita, quella pubblica e quella privata: al lavoro è puntuale, schivo e scrupoloso, tra le mura amiche del suo appartamento e durante le fugaci escursioni al parco dà invece libero sfogo alla sua immaginazione e al suo temperamento fantasioso. Geremia si trasforma allora in Parmio, cerimoniere di riti segreti compiuti in presenza delle adorate creature Silfantea e Pamella, compagne di giochi domestici che celano significati divinatori. Un teatro intimo in cui si giocano le sorti delle loro vite.

Romanzo d’esordio di Enrico Unterholzner, ingegnere meccanico che si occupa di formazione professionale, Lo stagno delle gambusie è una delicata miniatura in bilico tra il quotidiano e il surreale, la routine e l’alienazione, il giubilo e l’ossessione. Scandite in 17 capitoli, le sue 155 pagine sbozzano il ritratto di un uomo di mezza età scisso tra corpo e mente: la massa corpulenta di Geremia (centosette chili) contrasta col carattere etereo di Parmio, avatar bonario in cui l’irreprensibile informatico di un’azienda di prodotti alimentari si identifica non appena varcata la soglia di casa. La burbera riservatezza dell’impiegato trascolora nella premurosa amorevolezza del cerimoniere domestico che ricopre di mille attenzioni le preziose Silfantea e Pamella e che si dedica con slancio a riti ludici portatori di segnali divini.

Quella vissuta da Geremia è una separazione così profonda e discriminante da dividere nettamente il mondo in due: “Due linee irregolari avevano preso a muoversi e allungarsi fino a ritrovare ciascuna il suo inizio. Avevano formato due spazi. Uno conteneva le banalità terrene, i vincoli quotidiani, la volgarità degli uomini, i gatti, le mamme; l’altra lo spirito, il pensiero etereo, le rondini, le gambusie”. Nella sfera intima della sua esistenza tutto cambia, tutto palpita: il linguaggio si carica di sfumature carezzevoli e icastiche, i giochi di matrice infantile prendono la lettera maiuscola del rito, i sensi si acuiscono fino a diventare rivelatori di vita. Ma è pur sempre un mondo in equilibrio precario e costretto a difendersi dalle insidie esterne, pericoli imminenti che trapelano dall’eventuale fallimento di una delle sacralità.

Unterholzner padroneggia egregiamente la materia che manipola, organizzandola secondo un disegno compositivo di grande sicurezza: linearità cronologica fino al quinto capitolo e poi frequenti salti all’indietro nel passato di Geremia (ai più importanti dei quali sono consacrati intere sezioni). Punteggiato da misurate ellissi, lo zigzag è tuttavia condotto senza strappi e produce un effetto di temporalità frequentativa, ciclica, come se le svolte e le rivelazioni collocate nel tempo si disponessero naturalmente in un percorso ineluttabile, iscritto da sempre nella logica delle cose. Un fluire ininterrotto e interiorizzato che, sfiorando la dimensione atemporale della fiaba, fa della reiterazione il sigillo sacro sulla realtà: “Contando le ripetizioni si era accorto che la verità si consolidava sorprendentemente alla quinta ripetizione”.

Il punto di vista del romanzo entra ed esce di continuo dalla testa del protagonista. La narrazione in terza persona rende questo movimento morbido e quasi impalpabile, riproducendo per via stilistica le distorsioni ottiche e sensoriali di Geremia/Parmio, che soprattutto nella seconda metà del libro, complici le generose aspersioni di ammoniaca e aceto, sprofonda in un vortice dalle parvenze allucinatorie. Ed è qui che Lo stagno delle gambusie deflette dalle atmosfere gioconde della prima parte per assumere sfumature di stampo quasi fantascientifico. Vite rimaste congelate in qualche parte dell’universo, il vuoto assoluto che apre un varco tra il nulla e l’esistere, il pensiero che crea luce, forma e sostanza: per un momento si ha l’impressione che Calvino e Buzzati incontrino Gibson e Dick in una scrittura che non è né morale né amorale, ma, più volubilmente, umorale.

Alessandro Baratti

 

Recensione su www.lankelot.eu , 17.12.09 vai

Geremia è all’apparenza uno dei tanti uomini soli e grigiastri che incrociamo quotidianamente per strada o al supermercato. Malgrado la fisicità invadente (centosette chili) la sua preoccupazione è restare invisibile. Non ama gli specchi per strada, non ama stare in mezzo alla gente e assolutamente odia che qualcuno si impicci delle sue cose. Fa l’informatico e nel suo lavoro è inappuntabile, puntuale, preciso, scrupoloso. Non ti aspetteresti nessuno slancio da uno così. Ma quando Geremia torna a casa è capace di grandi amori e di miracoli. C’è un regno, una terra di scontri e di battaglie nel suo appartamento. C’è, perché lui l’ha chiamato alla vita. Ci sono due bellissime creature da difendere, ci sono armi e nemici letali. Varcata la soglia di casa Geremia diventa Parmio e Parmio è a capo di un fortino che protegge le vite fragili di Silfantea e Pamella, a qualunque prezzo. Nel mondo non si fida del prossimo, non vuole nemmeno un contatto con il prossimo. Detesta soprattutto le mamme. “Santa Matrice in Fiore! Le mamme! Perché non si ficcano gli occhi nelle mannagge loro? Sono le peggiori… ecco cosa sono. Curiosone e impiccione. Ma quand’è che pensano ai figli?”. Maledice con rabbia il giorno che gli dei hanno infilato mamme dappertutto. “Le mamme, va detto, sono spesso racchiuse in un universo pratico, fatto di convinzioni che rispondono a esigenze pragmatiche”; l’universo di Parmio, invece, è di altra natura. Fin da bambino, man mano che la sua strana e ipersensibile personalità prendeva forma, Geremia ha capito che il mondo è manicheisticamente divisibile in due spazi. Uno spazio buono e uno meramente materico. Lo spazio buono è quello dove un uomo come lui può seguire la sua vera natura e compiere a pieno la sua missione di amante e protettore, in questo spazio ci sono gli astratti disegni geometrici che tracciano in aria le rondini, ci sono pesciolini umili e tenaci come le gambusie, le carezze lievi di sua zia, la bellezza palpitante delle cose che gli altri trovano inanimate, come l’erba. Nello spazio cattivo c’è la soffocante invasività delle mamme, il chiasso volgare dei colleghi boccacceschi, il caos, il nonsense, i gatti. I gatti anche sono peggio delle mamme, egoisti, lascivi, pigri. Non basteranno mai i metodi per liberarsi dei gatti, i gatti attirano verso un mondo sbagliato. Il mondo giusto segue precise leggi divine, è perscrutabile. I gatti sono creature che passano dal mondo materiale a quello immateriale senza leggi. Per fortuna odiano l’ammoniaca, il limone, l’aceto e l’aspirapolvere. Lo stagno delle gambusie si muove su un piano surreale, basta adottare il punto di vista di Parmio e sarà chiaro che c’è il modo di comunicare logicamente e sensatamente con gli dei. Gli dei parlano continuamente dei loro progetti, ne hanno bisogno. Il trucco sta nel saper interpretare. All’individuo sciocco la vita sembra in mano al caso, ma in realtà è precisa come un orologio e attendibile come un grosso oracolo. Tutti abbiamo dei nemici, degli amori da proteggere, dei segreti che danno un senso a ogni giornata. La messa in scena di una battaglia quotidiana spetta a tutti. Mille rituali ci confortano, dalle piccole cose, come l’abbigliamento che ci fa sentire autorevoli, ai metodi palesemente stupidi come la lettura degli oroscopi. Tutti viaggiamo giorno dopo giorno armati delle nostre spade giocattolo. Convinti che se non camminiamo sulle mattonelle nere la giornata andrà bene, se non scordiamo l’ombrello aperto sul letto il fulmine non ci prenderà. Chi siano le creature amate da Parmio non ve lo possiamo dire perché, a meno che non entriate in casa sua, Parmio ci tiene che non sappiate nulla di lui. È per questo che quando durante una delle sue epiche battaglie viene ferito al viso, il giorno dopo a lavoro si butta ad armeggiare sotto la scrivania non appena un collega entra nel suo ufficio. Non può farsi scoprire. Non si fida. Soprattutto se siete delle mamme.

Valentina Petracchi

Recensione su lideablog.wordpress.com, 18.11.09

Un consiglio: se siete intenzionati a comprare questo libro segnatevi o ricordatevi il titolo, Lo stagno delle gambusie e la casa editrice, altrimenti rischiereste d’essere mandati a cagare dal vostro libraio di fiducia nel momento in cui gli direte il cognome, difficilissimo, del suo autore, qui all’esordio. Francamente non ho ben capito la trama del libro, vi suggerisco di leggervela per conto vostro sul sito della Meridiano Zero. Perché lo leggerò? Perché mi fido ciecamente di una casa editrice che negli ultimi anni ha proposto, in rigoroso ordine alfabetico: Marco Archetti (ora Feltrinelli), Andrej Longo (ora Adelphi), Claudio Morici (ora Bompiani), Angelo Petrella (ora Garzanti). Evidentemente questi ci prendono spesso sulle nuove proposte, voi che dite?

Andrea Pelfini

 

Recensione su www.ilparadisodegliorchi.com, 18.12.09

Pure le gambusie! Uno dirà, ma che sono? Prima di cimentarmi nella lettura del romanzo ho aperto il vocabolario ed ho letto il suo significato (e non riferisco, perché vorrei spingere i lettori a non essere pigri). Tra l’altro a pag. 40 del testo si legge: Avevo pensato più di una volta che viviamo in un mondo pieno di gambusie, eppure nessuno ha la più pallida idea di che cosa siano. Invece il leone sanno tutti che cos’è, come se i canneti e i campi di ortiche nostrani fossero pieni di leoni. Ma le gambusie, che vivono praticamente in tutti i corsi d’acqua, sono ignote ai più. Ora il giovane scrittore padovano sa, anzi, dovrebbe sapere, che di canneti e di campi di ortiche, soprattutto in città, se ne vedono davvero pochini e che quindi la disconoscenza de ’sti animaletti che ripuliscono gli stagni (se ho ben capito, sono come i pesci pulitori negli acquari) è tutto sommato consentita. Ma come ovvio l’attenzione del romanzo non è concentrata sulla fauna ittica, ma su altre cose (oggetti, e vedremo poi) e sul protagonista, di cui la madre, morta, in qualche modo di lui avrebbe pensato: Se avesse potuto esercitare un potere da morta non l’avrebbe certamente aiutato, e forse avrebbe fatto di tutto per dimostrare ciò che aveva sempre sostenuto da viva: ovvero che lui non era nient’altro che un disadattato. Sì perché Geremia, l’originale e bizzarro ’elemento’ di questa storia disadattato lo è per davvero: pur essendo un brillante ed efficiente lavoratore, nel privato ha qualche problemino. Scostando conoscenze ed amici si bea della compagnia di due oggetti che al lettore meno smaliziato,all’inizio, potrebbero far pensare a degli animali, dal momento che l’uomo li accarezza, li abbraccia, ci parla e impedisce agli altri (quali? Chi?) di avvicinarli: in realtà sono una teiera ed una trottola. Quello che Unterholzner racconta è un mondo chiuso e claustrofobico dove l’elemento umano non si discosta poi molto dall’elemento più materico, in una simbiosi (mi verrebbe da dire consanguineità) che rasenta, ça va sans dire, la psichiatria. Non voglio raccontare il finale (ma immaginarlo non è fatica erculea, anzi): quel che mi preme sottolineare è altro. Dove la giovane narrativa contemporanea aggiunge, nell’incantamento (falso e subdolo) di un universo rutilante e rumoroso, la prosa di Unterholzner sottrae, nel senso che riduce la proiezione di un mondo alle quattro pareti di casa. Questo è senz’altro un risultato inusuale (chi ci segue sa quanta fatica facciamo a star dietro ad una letteratura assordante e chiassosa come tutto il resto), ma Lo stagno delle gambusie è storiellina assai fragile, come il protagonista, dove basta una soffiata leggera di brezza per far saltare addirittura le fondamenta. Ci si aspetterebbe altro da chi si scaglia contro le nevrosi della società per ridursi a ricomporre quelle personali e, come in questo caso, ’diverse’. Si parteggia per Geremia, il protagonista, ma l’epilogo della storia, oltre a pensarlo inevitabile ci suggerisce cinicamente che la legge del più forte vale sempre e comunque. Anche in letteratura. Provare per credere.

Alfredo Ronci

 

 

artalica11

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